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JAGUAR E TYPE E DIABOLIK

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La più celebre delle Jaguar mantiene inalterato, a dispetto degli anni, tutto il suo fascino. Modello simbolo del marchio, divenne icona universale quando fu scelta per illustrare le avventure di Diabolik, il re del crimine per eccellenza.

 

La Jaguar Type “E” si distinse fin dalla sua presentazione pubblica, avvenuta mezzo secolo fa, precisamente il 15 Marzo 1961. E da allora preservò, per tutto il periodo in cui fu prodotta, la propria linea, pur dotandosi di motori ed accorgimenti al passo coi tempi. Non snaturò mai nemmeno lo spirito originario, quello di un mezzo che coniugasse lo styling più evoluto con un’elegante sportività “very british”. Negli anni ne sono state allestite 73.433, di cui “solo” 14.112 esemplari a guida destra: la conferma che il maggior successo fu decretato dall’export, diretto in gran parte sul Nuovo Continente. Per questa ragione diversi particolari vennero ridisegnati: dai gruppi ottici anteriori e posteriori alla conformazione dei tubi di scarico, adattata al formato differente di targa, con un diverso posizionamento dei paraurti e i relativi rostri posti più alti rispetto al modello originario. La I serie (dal marzo del ’61 all’ottobre del ’64) fu anche la più nota. Era caratterizzata da una cilindrata 3.8/6. Ed ebbe dagli esordi sino al gennaio del ’62 un pianale definito “flat floor”, derivato dal modello sportivo, che però non godeva di grande abitabilità e non permetteva così una guida adeguata alle persone di statura elevata. Il successivo adeguamento consentì, specie nel modello a due posti, di rendere la vettura decisamente al passo coi tempi. Dotata di telaio monoscocca in acciaio, era abbinato, mediante imbullonatura, a due telai ausiliari del medesimo materiale, composti da un traliccio di tubi a sezione quadra tipo Reynolds 541. Si trattava di una soluzione di per sé rivoluzionaria in patria. Ed era prevista per inglobare più organi e consentire nello stesso momento uno smontaggio in tempi estremamente rapidi rispetto a veicoli di pari livello: una cura dei dettagli che si rifletterà anche negli interni “tipicamente” Jaguar. La profilatura del cofano lungo e basso dal connotato sportivo e la suggestiva apertura a ribalta - la cosiddetta “filo strada” - consentiva di poter visionare l’intera meccanica, facilitando interventi di semplice manutenzione periodica. I primi esemplari furono caratterizzati anche dalle feritoie di sfiato aria di tipo non stampato poste sulla parte superiore del cofano. Così come da un meccanismo di chiusura e sblocco, reso possibile grazie a ganci a chiavistello, che in seguito furono sostituiti da un comodo dispositivo meccanico accessibile dall’interno. Il rigonfiamento era invece determinato dalla scelta di installare motori a corsa lunga utilizzati in precedenza sulla serie XK, sempre alimentati dai classici carburatori S.U., comuni alle prime due serie: ciò preservava la verniciatura dal calore sviluppato in particolare durante le soste prolungate. Ne completava l’aspetto esteriore un retro “a coda”: il portello del baule, dalle forme avvolgenti a filo battuta, incernierato lateralmente con apertura rigorosamente a sinistra. Questa soluzione permetteva di fruire di spazi significativi in un vano completo di guide, dove le valigie in pelle potevano così scorrere fluidamente. Ma regalava al contempo grande luminosità ad un coupé davvero sensazionale. Il flusso d’aria dato dal coefficiente cx rese superflua l’installazione di un tergivetro posteriore, che di sicuro sarebbe risultato stonato con la purezza del design. Per le medesime ragioni si ritenne opportuno non apporre il famoso emblema del Giaguaro sulla “pelle” di questo cofano “senza fine”, in modo da preservarne la purezza. Le dimensioni erano davvero sorprendenti se si considera l’effetto “senza limite” della profilatura, considerato da molti un sogno, sebbene più corta del modello XK precedente. Soprattutto, non dimostrava la sensazione della maggior carreggiata, che consentiva di poter alloggiare la ruota di scorta rigorosamente a raggi, munita di tutti gli attrezzi di emergenza - ben 23 - in un apposito vano posto sotto la bagagliera, ben dimensionato. La II serie (dall’ottobre del ’68 al settembre del ’70) differiva per l’introduzione del collaudato motore di 4.2, sempre a 6 cilindri, adeguato alle specifiche di erogazione potenza, su uno chassis già predisposto, in quanto di pura derivazione sportiva “D” Type. Oltre alle variazioni richieste dalle regolamentazioni d’Oltreoceano, questa serie presentava accorgimenti tali da renderla più confortevole: tipo l’inserimento dell’impianto di condizionamento a portata d’aria differenziata, con l’ampliamento della presa d’aria dinamica incastonata tra i gruppi ottici anteriori per consentire un migliore scambio termico. Per rendere il confort ineccepibile, la casa di Browns Lane modificò gli ingranaggi del cambio manuale dei rapporti più alti: e, specialmente nei percorsi più lunghi come quelli rappresentati dalle prime autostrade, era possibile apprezzarne la progressione di marcia. Anche i sedili furono rivisti. E pure, in parte, la zona strumentazione: come optional si rese disponibile lo sterzo servoassistito, al pari di blasonate limousine. Sono le soluzioni riportate nel modello coupé proposto, che tra l’altro risulta realizzato in una “tiratura più limitata”, rispetto alle altre serie prodotte.

                                                                                                       Enzo Caniatti